Perché il Corano è diventato un vademecum per gli estremisti?
Ogni religione possiede testi fondatori che possono essere letti, interpretati e utilizzati in modi profondamente diversi. Il Corano non fa eccezione. Nel corso della storia islamica esso è stato fonte di spiritualità, di riflessione filosofica, di elaborazione giuridica, di ricerca mistica e di produzione culturale. Tuttavia, nelle mani dei movimenti fondamentalisti e jihadisti contemporanei, esso tende a trasformarsi in qualcosa di diverso: un repertorio di citazioni utilizzate per giustificare una visione ideologica del mondo.
La domanda non è dunque perché il Corano contenga determinati versetti, ma perché alcuni gruppi scelgano di leggerli in modo selettivo, isolandoli dal loro contesto storico, linguistico e culturale.
Le letture fondamentaliste si caratterizzano generalmente per un approccio letteralista. Il testo viene considerato autosufficiente e immediatamente comprensibile, senza la necessità di ricorrere alla storia, alla filologia, all’antropologia o alle circostanze che ne hanno accompagnato la rivelazione. In questa prospettiva il passato diventa eterno, mentre il presente viene giudicato esclusivamente attraverso categorie elaborate in epoche molto diverse dalla nostra.
Il risultato è una visione atemporale della religione. La storia viene privata della sua dimensione umana e trasformata in un semplice scenario destinato a confermare verità considerate immutabili. Versetti nati in contesti specifici vengono estrapolati dal loro significato originario e utilizzati per legittimare scelte politiche, conflitti contemporanei o forme di violenza che nulla hanno a che vedere con la complessità del mondo nel quale viviamo.
L’islam politico ha spesso alimentato questa tendenza costruendo un rapporto problematico con il passato. Si assiste alla produzione di una memoria idealizzata, nella quale le contraddizioni, i conflitti e le diversità della storia islamica vengono progressivamente cancellati. Il passato diventa così un luogo mitico, sacralizzato e glorificato, più immaginato che realmente conosciuto. È un passato costruito tanto sui ricordi quanto sui silenzi, sui tabù e sui non detti.
Questa operazione produce effetti profondi sul linguaggio. Le parole cessano di essere oggetto di analisi critica e diventano strumenti di mobilitazione emotiva. Concetti come Umma, Sharia, Califfato, identità, autenticità o purezza vengono utilizzati come categorie assolute, prive di contestualizzazione storica. In questo modo il linguaggio smette di descrivere la realtà e finisce per sostituirla.
Una lettura filologica del Corano conduce invece a risultati molto diversi. Essa restituisce al testo la sua profondità storica, ne evidenzia la pluralità di significati e mostra come le interpretazioni siano sempre il prodotto di uomini e donne inseriti in contesti culturali determinati. La filologia non distrugge la fede; al contrario, la libera dalle incrostazioni ideologiche che tendono a trasformarla in uno strumento di potere.
Umanizzare la storia significa riconoscere che le società musulmane, come tutte le altre società, sono il risultato di processi storici complessi e non l’espressione di un’essenza immutabile. Significa anche accettare che i testi religiosi abbiano una storia, che le interpretazioni cambino nel tempo e che il pluralismo non rappresenti una minaccia ma una ricchezza.
I miti svolgono una funzione importante nella costruzione delle identità collettive. Essi danno significato all’esistenza e contribuiscono a creare appartenenza. Tuttavia, quando vengono sottratti a qualsiasi forma di critica, possono trasformarsi in strumenti di esclusione e di dominio. È proprio in questo passaggio che il mito rischia di degenerare in ideologia.
Le parole, come gli uomini e le donne che le utilizzano, appartengono alla storia. Esse nascono, si trasformano e assumono significati differenti a seconda delle epoche e delle società. Per questa ragione il mondo musulmano contemporaneo ha bisogno di ripensare il proprio linguaggio, non per rinnegare la propria tradizione, ma per renderla nuovamente capace di dialogare con il presente.
La vera sfida non consiste nel ripetere il passato, ma nel comprenderlo criticamente. Nessuna civiltà può costruire il proprio futuro limitandosi a vivere nella nostalgia delle proprie grandezze. Il rinnovamento del pensiero islamico passa inevitabilmente attraverso una riflessione sul linguaggio, sulla storia e sulla libertà dell’interpretazione. Solo così il testo sacro può tornare a essere una fonte di ispirazione spirituale e morale, anziché un semplice vademecum ideologico al servizio dell’estremismo.
* Antropologo e linguista
2 commenti
csciscam@gmail.com · 22/06/2026 alle 12:36
Un testo breve, ma molto chiaro rispetto a una tematica non molto trattata dalle nostre parti. Grazie, Prof. Habouss
Salvina · 22/06/2026 alle 16:57
Un testo che evidenzia e definisce aspetti importanti non sempre adeguatamente considerati